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Il mondo è diviso in due chi ha la pistola carica e chi scava

corica nino

dal mondo...
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9月4日

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RELIGIOSITÀ, PAGANESIMO E PRODOTTI TIPICI

 

Agosto 2009, impiego circa 3 ore per attraversare più di 2000 km. L’aereo,  meraviglia della scienza.  Lascio le fredde terre del nord Europa per toccare il suolo natio, la Sicilia. Arrivo a Trapani accolto dal caloroso benvenuto dei miei e dal tracotante, afoso caldo mediterraneo.  Non tornavo a casa da mesi ma avevo visto i miei quasi ogni giorno, grazie a Skype, internet, ennesima meraviglia della scienza. Computer, telefonini, webcam oggi tutto è sempre più vicino, il possibile è dato, per l’impossibile ci si sta attrezzando. Si ventilano possibili scampagnate sulla luna, per i più facoltosi,  e l’America ormai è a due passi. Non esiste più la tipicità di un qualcosa. Tutto si trova dovunque. O si potrebbe trovare dovunque. Si viaggia alla velocità della luce,  persone situate ai 4 angoli del mondo possono chiacchierare contemporaneamente di politica e di sport. Già da qualche anno il primo fotone è stato teletrasportato, anche Star Trek non ha più meraviglie da svelare.  Ma non solo… quanto si potrebbe parlare della genetica, dell’energia atomica, dei figli in provetta e delle staminali. Certo tutto è monitorato, ma è la nostra realtà, il mondo nell’agosto del 2009.

 

Percorro altri 300 km di vigneti, terra arsa, ruderi e splendide ville per raggiungere il mio paese d’origine. O meglio il paese di origine della famiglia di mio padre. Luogo al quale sono molto legato. 550 metri sul livello del mare, cibo delizioso,  roba vera mica piatti pretrattati o precotti. Concime animale e colpi di zappa hanno fatto si che si trovasse sulla tavola di casa mia.  Formaggi deliziosi, insalate verdi con pomodoro, cetrioli, cipolle e basilico.

Pasta con salsa di pomodoro, melanzane fritte e ricotta infornata grattugiata sopra è il primo piatto che degusto con sommo piacere e con le lacrime agli occhi.  Il mare, che dista circa un quarto d’ora dal paese, ci accoglie raggiante il giorno dopo.  Risaliamo a casa e sono già immerso nella vita del paese, tra amici, caffè al bar, briscola e tressette.  Siamo nel pieno dell’Agosto 2009 e l’amministrazione comunale, come ogni anno, si è prodigata nel programmare le festività estive. Il primo appuntamento al quale non posso mancare è il torneo di briscola e tressette. Mi presento con macchina fotografica al collo. All’evento si registra un’affluenza vista solo in occasione dei festeggiamenti del campionato del mondo di calcio vinto dall’Italia.  Giovani e vecchi, giocatori o amatori, curiosi e denigratori. Nella piazzetta sede della manifestazione si riversa dunque una gran varietà di persone. Ciò dimostra la vitale importanza della partita di briscola e tressette, dalla quale dipendono gli umori di gran parte degli uomini del paese. Ai vincitori spettano le grasse  e rumorose risate, ai  vinti tocca pagare la consumazione al bar, volto scuro da “non è finita qui”. 

Come prevedibile il torneo viene vinto dal più fortunato, non dal più bravo, e  così di fronte all’inappellabile decisione del caso la vittoria è insindacabile.  È stato bello passare un pomeriggio tra le risate, tra gli sguardi complici dei compagni, le battute, l’ironia che sfiora i difetti dell’altro ma non li punzecchia.  

 

Dopo qualche giorno un altro evento diventa il perno dell’attenzione del popolo. La festa del paese. Lungo la via principale vengono affisse le luci colorate, venditori ambulanti piazzano i loro stand, zucchero filato per i più piccoli ed isola pedonale.

La festa si articola nel modo seguente: il primo giorno c’è la Sagra della Provola, squisito formaggio locale,  evento che registra la maggiore affluenza.

Il secondo giorno spettacolo in piazza.

Il terzo giorno è dedicato alla madonna del paese. Messa – processione – messa. Il popolo si mobilita, la vara (vera opera d’arte) della madonna viene portata a spalla per tutto il paese dagli uomini più giovani e forti o tendenzialmente dai devoti.  Prete in prima linea, canti, lodi, inni e volti estasiati. La sera fuochi d’artificio, finale col botto.

Durante la sagra della provola arrivano persone da tutta la provincia. Il paese è stracolmo di gente che mangia, beve e spende. Nella strada principale ci sono vari chioschetti nei quali è possibile comprare panini con la salsiccia arrosto, provole e ricotte. È l’evento più importante per l’economia del paese, infatti i produttori locali registrano il tutto esaurito e devono fare appello alle scorte in magazzino per soddisfare la richiesta dei, dal fine palato, visitatori.  Un bicchiere di vino c’è per tutti, i 2 bar si dividono equamente i clienti e le casse tintinnano fino a notte fonda. Grasse risate.

Il giorno seguente si ha  una presentazione di un libro scritto da un esimio professore del luogo che a sua volta attira numerose persone. La sera spettacolo memorabile di un comico di fama nazionale. Grasse risate.

È il terzo giorno quello che mi interessa di più in quanto punto centrale di questa mia dissertazione.  La mattina presto vengo svegliato da sette mortaretti. Riesco a riprendere sonno, dopo avere ringraziato chi di dovere, ma nuovamente il mio riposo viene interrotto dalla banda musicale. Capisco che non è la mattina giusta per dormire, mi vesto e vado in piazza.  Persone vestite “a festa” mi circondano. Indosso i miei soliti bermuda, la t-shirt a maniche corte e le infradito. Mi  guardo intorno e trovo che non esiste niente di più villano del vestirsi eleganti per il giorno della festa. Ma è il paese e molti fanno così. Vedo gli assessori comunali, vice sindaco e sindaco agghindati come docenti universitari in seduta plenaria. Tutti presenti alla messa del mattino a dimostrare l’integrità morale. La chiesa e l’Italia. La chiesa è l’Italia. Dalle grandi alle piccole realtà lei è sempre il metro giusto per valutare e pesare gli uomini. Da buon sostituto della divinità giudica, perdona o condanna. Così torniamo alla nostra piazza del paese. Durante la messa del mattino gli uomini aspettano fuori, davanti al bar, che le mogli siano finalmente libere dal dovere ecclesiastico. Chiacchiero con degli amici e come al solito commetto un errore di valutazione.

“Ma che cazzo ci stanno a fare là dentro…”dico riferendomi alle persone in chiesa.

“Perché?” mi risponde lui.

“Perché non ha nessun senso quello che succede lì dentro” aggiungo.

“Ma che dici! Devi credere in qualcosa al di sopra di te stesso! Altrimenti…”ruggisce lui.

“Ma che dici tu… mica parlo di Dio, ognuno è libero di crederci. È la religione che non ha senso…” sottolineo.

Mi guarda interdetto. “Si vabbè, è nato prima l’uovo o la gallina? È lo stesso problema…” blatera lui.

Di fronte a questa risposta mi incazzo con me stesso perché non riesco mai a star zitto. A volte visto che delle persone sono simpatiche credo che siano anche intelligenti. Errori di valutazione.

 

Arriva la sera e con lei la processione. La vara esce tronfia e traballante dall’enorme portone della chiesa. Tra i tromboni della banda e gli inni del popolo  Don Santo batte il tempo col martello dispensando riposo o sudore agli impavidi portatori di vara. Ci sono quasi tutti i miei amici la sotto, seri in volto, soddisfatti.  Mi accodo anche io, come sempre, per seguire la processione fin sopra casa mia e per poi aspettare l’arrivo in piazza. Vorrei davvero capire perché tutte quelle persone si affannano sotto un pezzo di legno. Vorrei capire davvero come fanno a vedere in qualcun altro (il prete per esempio) la possibilità che ne sappia di più in materia di Dio. Cammino e penso. Eppure tutti quelli che cantano sotto la madonna per tutto l’anno se ne strafottono dei basilari principi cristiani, vanno a mignotte, bestemmiano, fanno a botte, sparlano del prossimo, imbrogliano e quant’altro. Come tutti gli uomini d’altronde. Ma quello che non capisco è perché il popolo abbia bisogno di un intermediario con dio e non riesca a considerare il rapporto con la divinità una questione privata. In fondo è un argomento sul quale tutti possiamo avere ragione. Più li guardo sudare sotto la vara, più li conosco, meno li capisco. Ma forse la risposta è racchiusa in una parola. Abitudine. E potrà succedere di tutto, la chiesa sarà costretta a rivedere tutte le sue posizioni in merito ad aborto, procreazione e genesi della terra ma la madonna col bimbo in braccio continuerà a fare il giro del paese in eterno e con lei tutte le madonne di tutti i paesi della nostra focosa Italia meridionale solo perché l’abitudine e la ripetitività ci fanno stare sereni, tranquilli, perché non ci fanno pensare che forse quel bambino non è mai esistito.

Mi si potrebbe rispondere semplicemente che loro ci credono o ci sperano e si augurano di conquistarsi un pezzo di paradiso. In questo caso la risposta è codardia. Perché ci vuole molto più coraggio a vivere dubitando sinceramente che credendo in una verità di comodo.

Giunto di fronte casa i miei pensieri si sfaldano e colgo al volo l’offerta di andare a mangiare qualcosa. Così abbandono la processione e mi ridirigo verso la piazza. Mentre gusto uno squisito rustico mi chiedo:

“Ma non sarebbe stato meglio se oggi avessero ripetuto la sagra della provola?”.

8月13日

Sinfonia mortale (3)

Al primo sorso le gote di lei si accesero  di un rosso tenue, come quello dei papaveri che nel pomeriggio aveva visto imporsi sul giallo di uno sterminato campo di grano. La mano di lui le sfiorò impercettibilmente i fianchi e lei altrettanto leggermente assottigliò le labbra fini in un sorriso accennato, malizioso, forse non voluto. La band eseguì un pezzo veloce, passionale, sentito, come quelli che  Benny Goodmann eseguiva quando voleva fare impazzire le folle. I due continuarono a parlarsi senza parlare, sorridendo, sfiorandosi, ammiccando. I calici di vino, di cristallo purissimo, scintillanti di vita come la rugiada mattutina, non smettevano di sfiorare le loro labbra ed il vino non smetteva di inebriare i loro spiriti già colmi di vita.

 

Riusciva a sentire anche il profumo di lei. A quel punto decise di farsi avanti, di dirigersi verso la camera da letto, in fondo al corridoio. Gli stivali di pelle nera ripresero a scricchiolare. Prima di aprire la porta inspirò profondamente, sapeva che quello che avrebbe visto non gli sarebbe piaciuto.

I corpi dei due giacevano nudi, avvinghiati l’uno all’altra. Dormivano sereni senza il minimo timore. Lui si appoggiò al muro alzando il piede destro e poggiandolo sulla parete. Stava a guardarli inespressivo, annullato. Era passato quasi un anno dall’ultima volta che l’aveva vista e non era cambiata molto. Si era tagliata i capelli, ma il viso, le labbra, quella ruga a forma di s  piccola e impercettibile sotto il naso, tutto era uguale. Lei era sempre uguale anche senza di lui. Forse  più bella. Accartocciata tra le lenzuola sembrava felice.

Piegò il braccio destro portando la mano dentro la tasca interna del giubbotto. Al solo contatto il freddo dell’acciaio gli perforò le ossa, facendolo rabbrividire.

Al sordo colpo di pistola che sfibrò improvvisamente il nero della notte una civetta abbandonò il ramo sul quale riposava e quando anche l’eco dello sbattere d’ali svanì solo dei rotti singhiozzi riecheggiarono nell’aria. Lontano, impercettibile si sentiva sussurrare un vecchio blues.

 

Lasciarono il concerto così come erano arrivati, mano nella mano, lui innamorato, lei più sicura. Con passo deciso conduceva il suo amante verso la macchina, verso casa, verso quella meta che l’avrebbe resa donna.

8月11日

Sinfonia mortale (2)

(SEGUE)...Gli stivali di pelle nera scricchiolarono sul pavimento di legno. Alle spalle dell’uomo la porta d’ingresso, di mogano scuro, era rimasta aperta  lasciando intravedere il grande corpo del cane disteso, stordito. Lui guardava l’animale con tristezza mentre riaffioravano alla memoria i ricordi di quando, con amore e gioia, svezzava il peloso cucciolone.  Il salotto d’ingresso era come se lo ricordava, immutato. Il divano basso ricoperto di tela rossa, il tappeto quadrato comprato ad Algeri ed a sinistra la porta scorrevole della cucina, di plastica, bianca e rumorosa. Chiusa, come sempre. Davanti a lui il corridoio silente e buio. In fondo la camera da letto. Restò fermo a guardarsi intorno, a rivivere emozioni vecchie e forti, a farsi assalire violentemente da una marea di ricordi, a farsi violentare dal dolore. Restò fermo ad annusare gli odori, i profumi di quella casa, ancora intatti. Il  legno del soffitto e delle finestre, il camino, l’incenso lieve e pungente. Il portaincenso riposava annerito accanto alla finestra, esattamente dove avevano deciso quando lo avevano ricevuto in regalo. Si   diresse verso  l’orologio grande che ticchettava rumorosamente al centro della parete. Restò a fissarlo a lungo respirando profondamente e riflettendo. Una folata di vento gli accarezzò la fronte stempiata ed il collo. Le folte sopracciglia si aggrottarono per un momento. Dalla finestra il silenzio lo fissava con gli occhi della notte. Rifletteva sulla pochezza dell’uomo e sull’immortalità dei sentimenti. Sull’inutilità di una vita priva di sentimenti. Rifletteva sulla fortuna e sul merito. Capì che la capacità di amare era un castigo ed il trovare l’amore un premio per pochi. Sentì che il mondo era sbagliato e la gioia di alcuni immotivata. (CONTINUA)

 

8月10日

Sinfonia mortale

Dedicato ai miei demoni, coi quali mi scuso di averli, di tanto in tanto, traditi.

 

 

Sinfonia mortale

 

 

Il concerto era già  cominciato quando la coppia varcò l’enorme cancello di ferro della villa. I due si tenevano per mano. Li accolse un tappeto di note, un jazz frizzante proveniente dal cuore dei musicisti. La band si esibiva su un palco di legno all’interno di un  grande spiazzo affollato da tavolini imbanditi. Il vino rosso inorgogliva i palati dei presenti ed un piacevole brusio amalgamava l’atmosfera. La musica, calda come gli strumenti dai quali fluiva fuori,  deliziava l’udito degli astanti. Il sassofonista, un uomo basso e rubicondo, indossava una vistosa camicia rossa sotto l’abito blu e sulla testa un basco dello stesso colore del vestito. Mentre suonava muoveva il suo corpo come se volesse rincorrere le note ovattate,  seguendo una danza ondulatoria, frenetica.

Lui coi capelli sciolti sulle spalle ed il passo sicuro stringeva saldamente l’esile mano della sua compagna. Intermittente, un ciondolino di pietra nera brillava tra i suoi capelli che aggrappato al lobo dell’orecchio donava un tocco di sregolatezza ad uno stile altrimenti classico ed elegante. Lei aveva da poco superato l’età dell’adolescenza principiando ad assumere le fattezze di una donna, ma conservando l’inconsapevole ed ingenuo fascino di una ragazza.  La gonna leggera, come il profumo dei fiori di tiglio di quella notte di prima estate, le accarezzava le cosce, agili e chiare. Scelsero il primo tavolino libero e, sorridenti, si accomodarono. Le loro mani non si sciolsero neanche quando dedicarono la loro attenzione alla scelta del vino. Lui le si accostò vicino l’orecchio sussurrando qualcosa che la fece scoppiare in una sonora risata. I capelli le si sciolsero disordinatamente inondandole le spalle. Lui la guardò negli occhi godendosi quel viso dolce e gentile immerso in una cascata di capelli rossi. Con una mano, con fare delicato, le accostò una ciocca dietro l’orecchio. Le gote della ragazza si velarono di rosa, mentre le labbra, tiepide, schiudendosi, si lasciarono rapire dal bacio del compagno.  Subito dopo un cameriere in abito scuro, longilineo  e deciso, servì una bottiglia di vino rosso, versando delicatamente il contenuto nei rispettivi calici. Il gorgoglio della bottiglia accompagnò per qualche istante le dolci note dei suonatori. (CONTINUA)

 

7月22日

Adesso

Terrra belga mi accolse che nn sia l’ultima volta?

 Dopo la romagna dolce ed accogliente, il freddo nord difficile, glaciale, sfortunato e maldisposto,  l’equo Giappone, distante ma cordiale e dispensatore d’amicizia. Ma fra tutti pulcinella già patria mi fu.  Materna, solare, di gioia e dolore traboccante. Tra una piazza ed un vico un pezzo del mio cuore imperituro vi giace.

Ed ora siedo a rimirar l futuro aspettando risposta che alle mie azioni dia un senso, ultimo, definitivo e risolutore.

 
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te lo'gnigno io compare.....
2 月 1 日